ABC del Cinema

Grand Cafè des Capucines, 28 dicembre 1895.
1895-1929 La prima proiezione cinematografica davanti agli occhi di un vero pubblico risale al 1895, quando Louis e Auguste Lumière inventarono il cinématographe. Questo marchingegno era in grado di riflettere su una superficie bianca delle immagini in movimento. La ripresa fu effettuata a Parigi, al Grand Cafè del Boulevard des Capucines. Tuttavia i fratelli Lumière non sfruttarono le potenzialità di quello che avevano ideato, utilizzando l'apparecchio solo per girare situazioni quotidiane: L'uscita dalle officine Lumière, L'arrivo di un treno alla stazione di Ciotat, La colazione del bimbo. A fare eccezione fu invece L'innaffiatore innaffiato, che con un minimo di trama fu considerato la primissima commedia. Dopodiché, nel 1900, i Lumière venderono i diritti della loro invenzione al produttore cinematografico Charles Pathé, che contribuì alla diffusione del cinema in Europa.
G. Méliès alle prese col film Viaggio nella Luna.
Gli albori della Settima arte si contraddistinsero per due sistemi: quello delle attrazioni mostrative e quello dell'integrazione narrativa. Il primo consisteva nel mostrare scene senza criterio narrativo, le quali necessitavano di un narratore (o imbonitore) in sala che spiegasse le situazioni del racconto. Il secondo era caratterizzato da un montaggio filmico che conferiva alla narrazione logicità di sequenza e quindi maggiore comprensibilità. Il padre dell'integrazione narrativa fu l'americano David Wark Griffith col suo film Nascita di una nazione del 1915. Lo stesso regista tuttavia omaggiò un film italiano dell'anno prima, ossia Cabiria di Giovanni Pastrone, che scrisse la sceneggiatura insieme a Gabriele D'annunzio. Il film fu considerato il miglior kolossal del cinema muto ed una delle più importanti pellicole del genere Peplum italiano. Le prime realizzazioni di questo genere si ebbero già negli anni dieci del Novecento, per poi tornare in auge negli anni '50 fino agli inizi di quelli '60. In Cabiria comparve per la prima volta il personaggio di Maciste. Per quanto riguarda i primi trucchi cinematografici invece, il precursore fu Georges Méliès, il quale, lavorando artigianalmente sulla pellicola, realizzava delle sovrimpressioni particolari, riuscendo anche a far sparire oggetti o persone. Tra i suoi film si ricordano Le manoir du diable (1896) e Viaggio nella Luna (1902).
Grazie ad un montaggio sempre più evoluto e ad una più ampia concezione della regia, il cinema muto riscosse successo in tutto il mondo. In Russia si affermarono registi d'avanguardia come Sergej Michajlovič Ėjzenštejn (La corazzata Potëmkine, 1925), Dziga Vertov (L'uomo con la macchina da presa, 1929), in Francia René Clair (Paris qui dort, 1925), in Germania Georg Wilhelm Pabst (La via senza gioia, 1925) e Fritz Lang (Metropolis, 1927). La quantità di film aumentava esponenzialmente, così anche le case di produzione. Tutto questo portò allo Star System: la divinizzazione degli attori che vedevano accrescere la loro notorietà tra la gente comune. Uno fra tutti Rodolfo Valentino. Due attori in particolare poi furono considerati le icone del cinema muto: Charlie Chaplin e Buster Keaton. In questo periodo nacquero pure tre correnti tedesche: l'Espressionismo, il Kammerspiel e la Nuova oggettività. L'Espressionismo aveva come rappresentante Robert Wiene, col suo film Il gabinetto del dottor Caligari del 1922. La pellicola metteva in risalto la penombra, la concezione distorta delle cose e l'allucinazione, inquadrati in una scenografia spigolosa. Il Kammerspiel invece si basava sul ravvicinamento dei personaggi, come se si volesse scrutare ogni espressività dell'attore. Ne è un esempio L'ultima risata del 1924 di Friedrich Wilhelm Murnau, in cui si nota un'esagerazione dei primi piani. Murnau è ricordato anche per il film espressionista Nosferatu il vampiro del 1922. La Nuova oggettività infine, conosciuta anche come Nuovo realismo, era una commistione di realtà e finzione. Questa corrente mostrava il periodo negativo che la gente tedesca viveva, mescolandolo con la messinscena. Possiamo dire che fu l'antesignano del nostro Neorealismo. Tra gli esponenti si cita Piel Jutzi, che nel 1929 diresse Il viaggio di mamma Krause verso la felicità.

Dal 1930 al cinema digitale Con l'avvento del sonoro s'iniziò a dare sempre più importanza alla voce e ai dialoghi, così come alle musiche. Si diede più valore alla sceneggiatura a discapito della mimica e della forza espressiva. Molti attori del cinema muto infatti, come Buster Keaton, lasciarono la scena ad un cinema fatto di rumori. Il primo film sonoro uscì nel 1927, Il cantante di jazz di Alan Crosland. Ancora però la tecnica del suono era imperfetta e grossolana. Solo nel 1930 il processo di sonorizzazione venne ultimato, dando vita anche al doppiaggio.
Da questo momento in poi il cinema divenne una vera e propria industria. Attrici come Greta Garbo o attori come William Clark Gable sortirono un enorme successo. Tra i generi, le commedie e i drammi sentimentali come Via col vento furono inizialmente i preferiti del pubblico. Tra l'altro, quest'ultimo, del 1939, di Victor Fleming, ebbe un notevole successo, grazie anche al fatto che il film fu prodotto a colori. In seguito, a causa del proibizionismo americano prima e all'avanzare della Seconda Guerra Mondiale poi, nacquero il Gangster movie e il Noir. Per il primo si ricordano Nemico pubblico del 1931 di William A. Wellman e Scarface del 1932 di Howard Hawks e Richard Rosson. Per il secondo invece Lo sconosciuto del terzo piano del 1940 di Boris Ingster. Il termine Noir fu coniato dai critici francesi a partire dagli anni '40, intendendo un film con assassini, figure losche e con scenografie caratterizzate da forti contrasti di bianco e nero. Nello stesso periodo il pubblico, desiderando di evadere dai problemi quotidiani, preferiva generi come il Musical, del quale Fred Astaire e Ginger Rogers furono i capostipiti. La notorietà invase anche il Western che con John Ford raggiunse la piena celebrità. Di Ford si può citare Ombre rosse del 1939, con il rinomato John Wayne.
Sequenza di Roma città aperta, 1945.
Il secondo conflitto mondiale lasciò un segno di sconforto e desolazione tra le persone, uniti alla povertà. Questo portò alla nascita di diverse correnti cinematografiche europee tra cui il Neorealismo italiano, il quale si opponeva al cinema evasivo. Il Neorealismo comprese un arco di tempo che andò sommariamente dal 1943 al 1955. La peculiarità del movimento neorealista era quella di mostrare la realtà dei luoghi senza mescolarla alla finzione. Far vedere la miseria e in che condizioni la guerra aveva lasciato il Paese. Una delle prime pellicole fu Ossessione del 1943 di Luchino Visconti. Un altro esempio fu la trilogia della guerra di Roberto Rossellini, che racchiude Roma città aperta (1945), Paisà (1946) e Germania anno zero (1948). Un importante esponente fu anche Vittorio De Sica con Sciuscià del 1946, Ladri di biciclette del 1948 e Umberto D. del 1952. Si ricorda infine Giuseppe De Santis con Riso amaro del 1949. Il Neorealismo non fu un movimento uniforme con dettami precisi da seguire, ma ogni regista lo adattava al proprio stile. Dal 1953 in poi questa scuola cominciò lentamente a cedere il passo ad un cinema più romanzato, anche perché il contesto sociale stava mutando e si preparava a quello che sarebbe stato il boom economico. Registi come Federico Fellini Michelangelo Antonioni infatti fecero da spartiacque al Neorealismo, orientandosi verso un neorealismo più arricchito. Un'altra corrente europea che va menzionata è quella francese, la Nouvelle Vague. Essa prende forma alla fine degli anni '50 in una Francia alle prese con la guerra d'Algeria e problemi politici. Il cinema della Nouvelle Vague era minimalista ed evitava qualsiasi spreco economico. Si usavano infatti attrezzature semplici e scenografie scarne. Si puntava a cogliere il reale aspetto quotidiano, facendo uso della luce naturale. Tra i precursori ci furono François Truffaut (I quattrocento colpi, 1959), Alain Resnais (Hiroshima mon amour, 1959) e Jean-Luc Godard (À bout de souffle, 1960).
Dagli anni '60 in poi i generi cinematografici sconfinarono dalle tipizzazioni e intrapresero strade che conducevano alla profondità dei personaggi, al lato psicologico, all'insoddisfazione del vivere. Tutti elementi correlati ai problemi dell'uomo nella società moderna. Anche l'aspetto tecnico non fu esente dalla ventata d'innovazione. S'iniziò a giocare molto con il montaggio e la regia, valorizzando le inquadrature che a volte erano più eloquenti delle parole. Il merito fu anche dell'abbandono da parte dei produttori americani del codice Hays, che fino alla metà degli anni '60 poneva dei limiti alle pellicole. Si affermarono registi del calibro di Francis Ford Coppola, Woody Allen, Stanley Kubrick, Martin Scorsese. In tal senso si rammentano capolavori come la trilogia de Il padrino di Coppola, del 1972, in cui si esaltano le magnifiche interpretazioni di Marlon Brando, Robert De Niro e dell'ipnotico Al Pacino. La seconda parte de Il padrino uscì nel 1974 e la terza nel 1990. Di Kubrick si ricorda il film, per antonomasia di fantascienza, 2001: Odissea nello spazio del 1968, considerato un emblema del cinema. Un film che fece scalpore per l'argomento trattato fu Lolita del 1962, dal romanzo di Vladimir Vladimirovič Nabokov. Ancora, Arancia meccanica del 1972. Un altro capolavoro del periodo fu Il laureato del 1967, di Mike Nichols, che consacrò Dustin Hoffman.
In Italia invece si fece avanti lo Spaghetti Western. Un western rivisitato, contraddistinto dalla violenza. Non a caso il genere si rifaceva al sangue paragonato al sugo degli spaghetti. L'esponente più importante fu Sergio Leone, che con la sua maestria fece guadagnare a questo filone il rispetto della critica. Il suo capolavoro fu la trilogia del dollaro: Per un pugno di dollari (1964), Per qualche dollaro in più (1965), Il buono, il brutto, il cattivo (1966). Qui emersero le musiche di Ennio Morricone e la prova attoriale di Clint Eastwood. In seguito Leone girò un'altra pregevole trilogia, quella del tempo, sempre con la colonna sonora di Morricone: C'era una volta il West (1968), Giù la testa (1971) e C'era una volta in America (1984). Oltre al western, nel nostro Paese, dopo il Neorealismo, prese corpo la commedia all'italiana, in cui si mostravano i difetti, i vizi e le contraddizioni del periodo. Attori come Totò, Aldo Fabrizi, Alberto Sordi, Ugo Tognazzi, Vittorio Gassman, Marcello Mastroianni e Nino Manfredi riscossero un successo incredibile interpretando personaggi che rimasero nell'immaginario collettivo. Tra le attrici si ricordano Monica Vitti, Sophia Loren, Gina Lollobrigida, Claudia Cardinale e Laura Antonelli. Come registi invece i più considerati furono Mario Monicelli (La bambinaia, episodio di Capriccio all'italiana, 1968), Pietro Germi (Serafino, 1968), Steno (Amore all'italiana, 1966; Il mostro della domenica, episodio di Capriccio all'italiana, 1968),  Luigi Comencini (Lo scopone scientifico, 1972), Dino Risi (Il sorpasso, 1962), Ettore Scola (Dramma della gelosia, 1970) e Luigi Zampa (Il medico della mutua, 1968). La commedia all'italiana, da fenomeno caratterizzante, diede vita a film collettivi come Capriccio all'italiana, costituito da sei episodi diretti da altrettanti registi. Oppure Signore e signori, buonanotte del 1976, una satira girata da undici registi tra cui Ettore Scola, Mario Monicelli e Luigi Comencini.
Col trascorrere degli anni le tecniche cinematografiche subirono un'evoluzione tecnologica che comportò un notevole miglioramento degli effetti speciali e non solo. Grazie ai computer si girarono film sui possibili scenari futuri, con umanoidi o robot che soppiantavano il genere umano. Oppure invasioni aliene o disastri climatici. Già negli anni '70 infatti vennero prodotti film come Guerre stellari del 1977 di George Lucas, Alien del 1979 di Ridley Scott che fecero un ampio uso della tecnologia. Negli anni '80 per esempio si ricordano E.T. l'extratterrestre del 1982 di Steven Spielberg,  Ritorno al futuro del 1985 di Robert Zemeckis. Gli anni '90 videro l'uso di scenografie computerizzate o ricreate completamente in fase di post produzione. Ormai era possibile sostituire gli attori con figure generate digitalmente. Come esempi si menzionano Terminator 2 - Il giorno del giudizio del 1991 di James Cameron (che già aveva diretto il primo episodio nel 1984), Il corvo - The Crow del 1994 di Alex Proyas.
Oggi il digitale è parte integrante del cinema. In fase di post produzione infatti i film vengono ultimati con potenti computer e distribuiti in alta definizione o addirittura in 4K, consentendo una trasmissione in 3D per coinvolgere maggiormente gli spettatori, rendendoli più partecipi dello spettacolo cinematografico.



Fonti consultate:
M. Cousins, The Story of Film, Bim, Dvd, 2012. 
P. Bertetto, a cura di, Introduzione alla storia del cinema, Utet, Torino, 2009.